Tu sei la mia estate

(foto di @fiom2lavendetta)

Comitive di adolescenti in ciabatte attendono impazienti alla fermata dell’autobus. Gli zaini contengono solo lo stretto necessario, tra le battute per essere il maschio alpha e l’outfit scelto per impressionare. Non sono esseri umani, sono un affresco di gioventù che lentamente sbiadisce nel mio specchietto retrovisore. Sono scene che rivedo ogni mattina, da metà maggio a settembre, mentre vado a lavorare. È una delle poche immagini che mi lascia un retrogusto nostalgico sul palato.

L’estate in fondo è loro, è degli adolescenti, e noi ne siamo diventati spettatori perché rivediamo in loro le stesse dinamiche di quando eravamo noi ad aspettare questi tre mesi con ansia. Scalo le marce, blocco la macchina al rosso e ripenso a Valentina. Chissà che fine hai fatto. Vent’anni fa aspettavo che salissi sul bus, tu che abitavi nel paese successivo rispetto al mio. A tua insaputa modificavi i miei piani, i miei itinerari, i miei orari. Perché quei minuti a guardarti, seduta da sola su quei sedili consumati, meritavano attese e cuore in gola.

Adesso per uscire con gli amici abbiamo bisogno di incastrare una miriade di impegni, di orari, di variabili. A quei tempi un programma veniva rimodellato al momento, per scendere a questa o a quella spiaggia libera, in base alla fermata di Valentina, di Claudia o di qualche altra ragazza di cui ci si innamorava nel giro di quaranta secondi. Quando il rimedio per il caldo era il biglietto per una corriera, perché noi non siamo mai stati quelli fighi che avevano lo scooter. Siamo quelli che non hanno mai visto i genitori programmare una vacanza. Quelli che si spostavano di paese in paese grazie a passaggi in auto fortunosi. Quelli che gestivano la propria vita in base alle partite di mondiali ed europei. 

Da ragazzino seguivo tre squadre, in ordine decrescente di passione: Taranto, Roma ed Arsenal. E se la prima è scontata per motivi geografici, le altre due sono giustificate solo dal fascino dei grandi campioni che facevano parte di quelle formazioni. E cosa accomuna però questi tre team? La sofferenza. Lontani dalla gloria, sofferenti e sconfitti nel dna, tranne sporadici ed isolati casi. Questo eravamo: lunghe rincorse verso la vittoria in una quotidiana storia di fallimenti. Come quelli con Valentina.

Tu sei la mia estate. Quella più bella, quella dopo la maturità. Perché c’è un prima e dopo di te e c’è un prima e dopo quell’estate. Prima che i social ci inglobassero completamente, come ha fatto il disfattismo. Prima che iniziassimo a non credere più a niente. Prima che il caldo significasse solo avere bollette più salate da pagare e non un super santos da preservare. Tu sei la mia estate. Quando la aspettavamo per trascorrere tre mesi indimenticabili e non soltanto tre settimane in cui provare a fare qualcosa che non riusciamo a fare nei restanti 11 mesi

Tu sei la mia estate, quando un testo come questo aveva un riferimento ben preciso e non era una semplice ed amara constatazione della vita.

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