Giorni da cani

Ore 7, la sveglia suona ed io la spengo al primo squillo, caso più unico che raro. Il caldo afoso di agosto entra in camera senza chiedere permesso insinuandosi tra le doghe della tapparella, come se volesse buttarmi giù dal letto e dirmi che sono in ritardo. Ma non oggi, che sono in dormiveglia già da un po’, perché è una giornata speciale. Il pavimento mi regala una sensazione di freschezza che assaporo con i talloni prima di accendere la radio e dirigermi in cucina. Mentre preparo la moka uno speaker chiede agli ascoltatori il racconto della giornata appena iniziata ed io faccio un riassunto mentale dei compiti da svolgere. La camicia è pronta nell’armadio, devo anche passare in copisteria ma è tutto sotto controllo. Scaldo il latte, prendo il tazzone a strisce blu scuro e penso che la colazione si debba fare sempre con qualcuno, ancor meglio se speciale. Dalle casse escono le note di “Dogs day are over” mentre accendo la prima sigaretta di pueblo e mi assale il senso di colpa perché so che sarà la prima di una lunghissima serie. D’altronde quando è il giorno del matrimonio del tuo migliore amico e tu sei il testimone è inevitabile fumarsi mezzo polmone. Resto in piedi appoggiato al lavandino in attesa del caffè mentre apro whatsapp e leggo gli aggiornamenti delle chat. Pugilato, palestra, insegnante di pianoforte, corso di cucina e comitiva. Nulla di rilevante dal fronte. Nelle ultime settimane ho iniziato una serie innumerevole di attività che tengono impegnato il mio cervello che deraglia e non gli danno modo di avere altro a cui pensare. Sono un po’ come Edward Norton in “Fight Club” ma invece di andare agli incontri per malati terminali, mi sono tuffato in hobby dell’ultima ora e impegni che non gestivo più da anni. Ho ricominciato a suonare la chitarra e stavo pensando anche di rimettere in piedi la vecchia band, mi sono iscritto ad un corso di cucina anche se odio cucinare ma dover dosare gli ingredienti richiede molta concentrazione perciò due sere a settimana indosso un grembiule e mi circondo di pentole. In palestra ormai sono parte dell’arredamento, quattro giorni a settimana e due di pugilato. L’unico giorno di pausa è la domenica ma la sfrutto per alcuni esercizi a casa e per escursioni all’aperto con un gruppo di volontari con cui ripuliamo le aree verdi della città. Il lavoro mi tiene impegnato come sempre ed ho rinunciato alle ferie, con l’unica eccezione di questi tre giorni per il matrimonio. Non ho un minuto di tempo libero, non ho un minuto di tempo per pensare a te. Verso tre cucchiaini di zucchero nella moka e mi siedo al tavolo in cucina fissando il vuoto. Se i miei muscoli fossero più ginnici farei qualcosa anche la mattina, quando riesci a sgattaiolare nella mia mente anche se non lo vorrei. Quando finisce una storia importante non è difficile soltanto il distacco da quella persona ma anche e soprattutto dalla sua presenza nelle piccole cose. I biscotti con cui faceva colazione sono ancora nella tua credenza, il letto sfatto ti ricorda le sue urla perché odiava vederlo così, il bicchiere in bagno ospita un solo spazzolino che danza nel vuoto della solitudine. La prima, la seconda, la terza sigaretta. Il primo, il secondo ed il terzo caffè. Ok, ora va’ meglio.

Silvia mi scrive un messaggio chiedendomi se sono sveglio, che nel suo linguaggio contorto invece è un’offerta di aiuto. Non sono una persona invidiosa ma la mia migliore amica sa bene che questa giornata che si preannuncia come un tripudio di amore eterno e felicità, mi farà stare male perché mi sbatterà in faccia per l’ennesima volta i miei fallimenti sentimentali. Silvia sa bene che il mio nome sarà da solo sul segnaposto del tavolo del matrimonio, mentre tutti gli altri saranno accompagnati. E questo inevitabilmente potrebbe causarmi un tracollo psicologico dopo tanto tempo passato a immaginare un epilogo contrario. Tutte le persone che conosco e che saranno presenti alla cerimonia mi hanno detto che sarà l’occasione giusta per incontrare nuova gente: la cugina di quarto grado rimasta zitella, l’amica del liceo che non vediamo da 15 anni e che nel frattempo sarà diventata sicuramente un cesso con le gambe e tante altre figure mitologiche. La realtà è che l’idea di conoscere persone nuove non mi attrae, anzi, mi crea un po’ di fastidio. Non sono ancora pronto probabilmente. A lasciarmi andare, a rischiare, ad aprirmi, a far posto a qualcuno di nuovo accanto a me. Ho trascorso gli ultimi mesi a riempire la mia vita per esaurire lo spazio a disposizione nella mia testa e nel mio cuore perché ho ancora inquilini scomodi e pensieri ingombranti. “Devi andare avanti” è il mantra che mi ripetono ed io ci ho anche provato. Sono uscito con una persona la scorsa settimana ed è stata una sensazione sgradevole che mi ha fatto venire persino i sensi di colpa, per la sventurata. So cosa si prova a stare con qualcuno che non gradisce pienamente la tua presenza e questo non dipendeva da lei ma da una mia mancata predisposizione alle nuove conoscenze. Quando scopri il sapore del dolore tenti di non farlo assaggiare a nessun altro. Non volontariamente quantomeno. Queste strade mi parlano ancora di te, dei nostri incontri, della nostra storia. E far passeggiare qualcuna che non sei tu mi crea fastidio perciò con una scusa grossolana ho pagato il conto e sono andato via.

La vita è fatta di relazioni amorose in cui scegliamo quanto concedere e come concederlo; alcune di esse però assorbono una parte di noi che non tornerà più indietro, è come se bruciassimo una parte della nostra batteria sentimentale. E da quel giorno in avanti non potremo dare più il 100% ad un’altra persona perché avremo regalato una parte di noi a chi abbiamo incontrato in precedenza. Sono come un telefono che non va’ oltre il 50% e la restante parte della mia batteria è ancora con te, da qualche parte. Varcati i 30 anni mi sono reso conto di affrontare la vita con più maturità, probabilmente perché ai calci nei denti ci ho fatto l’abitudine. Nessuna sfuriata, nessuna lite, nessun piatto rotto contro il muro. Resta soltanto l’evidenza dei fatti, in tutti i rapporti umani, di fare o non fare qualcosa. Di dare o non dare una parte di noi a chi ci troviamo davanti perché è vero che siamo più maturi ma questo comporta anche l’essere più selettivi. Ed allora è inutile rimpiangere le scelte fatte se pensavamo che fossero quelle giuste nel momento in cui le abbiamo affrontate. Non c’è spazio per il rancore, non c’è spazio per l’odio, non c’è spazio per la rabbia.

Sono una cosa buffa i sentimenti: vorremmo controllarli, indirizzarli, mitigarli ma poi loro fanno quello che gli pare e diventiamo spettatori di ciò che il cuore decide al posto nostro. Rimettersi in gioco diventa sempre più complicato perché perdiamo pezzi di noi stessi strada facendo. Più passa il tempo, più ti senti come Voldemort, con l’anima divisa negli horcrux, pezzi sparsi per il mondo che non si ricongiungeranno mai.  L’orologio corre ed io devo combattere il mio proverbiale ritardo perché oggi non me lo posso proprio permettere. Mi lancio in doccia mentre la mia testa è un groviglio di incroci in cui strade sterrate del recente passato si intersecano con i lavori in corso del presente. Perfetto orario, chi lo avrebbe mai detto. Indosso la camicia ed anche quella mi parla ancora un po’ di te. Tu che eri capace di innalzare la mia autostima anche quando era ai minimi storici perché in fondo non importa essere belli per tutti, ma solo per qualcuno. Accarezzo un’ultima volta l’immagine di te che risiede in pianta stabile nella mia testa. Avevo promesso di non rifarlo ma a volte mi capita ancora.

Forse il problema è che certi capitoli non li chiudiamo mai veramente, perché quella parte di noi che lasciamo a qualcuno continua a pulsare, si nutre del ricordo di quei momenti fantastici passati insieme e non accenna alla resa. Forse è una questione di tempo, forse i rubinetti prima o poi smettono di perdere, forse abbiamo perso la parte più bella di noi e non c’è modo di recuperarla. Mi manchi anche se racconto il contrario a tutti con l’illusione di convincere in primis me stesso. Perché quando guardo le chat su whatsapp che si accavallano vorrei che la tua fosse in cima invece di scivolare sempre più in basso. Forse perché sono cosciente che ciò che proviamo resta scalfito in eterno e non torna più indietro, come una promessa d’amore anche se non è stata mantenuta. Forse è solo che a volte ci vuole coraggio ad andare ma ancora di più a restare, perché essere felici è un rischio e non tutti sono disposti a correrlo. Io continuo a prepararmi e mi sento mutilato, come se mancasse un pezzo per completare il puzzle. E la cosa peggiore è la convinzione che non riuscirò mai a terminarlo perché certi pezzi che lasciamo, non li ritroviamo più. Restano lì, persi nello spazio dei vorrei, incastonati in frammenti del passato che profumano di per sempre. Mi sento al 20% nonostante sia stato in carica tutta la notte ed Harry continua ad ammazzare gli horcrux che trova lungo il cammino. Io prendo le chiavi della macchina e vado in chiesa mentre vivo i miei giorni da cani e non sento i cavalli che arrivano.

“La Guerra dei 30 Anni” è anche su Instagram

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