Reparto surgelati

(foto di Mishaal Zahed)

Hai presente quando ti accorgi che stai vivendo quel momento che hai sempre immaginato? Quegli attimi che sono sempre state nuvole nella tua testa e che adesso sono diventate pioggia torrenziale? Beh, io mi sento proprio così, sto vivendo ciò che aspetto da una vita ma non è affatto come lo avevo immaginato. Ogni giornata scorre veloce in un loop infinito in cui si rincorrono albe e tramonti sempre uguali. Io non sono come avrei voluto essere ed è questo che mi pesa maggiormente, è questa la sconfitta peggiore. Mi sono adagiato sulle vicende che hanno caratterizzato la mia vita diventandone spettatore passivo, come uno di quei gameplay in cui qualcuno gioca e tu guardi inerme da dietro lo schermo di un pc. Mi sento così, come se la mia partita la stesse giocando qualcun altro ed io vorrei fare mosse completamente diverse ma non ne ho la forza.

Guardo ciò che mi succede attorno e non è ciò che avevo immaginato; ho trascurato i rapporti che col tempo sono diventati imitazioni di loro stessi, mi sono trasformato nell’immagine che non avrei mai voluto vedere davanti allo specchio. Con tutte quelle contraddizioni dalle quali ho tentato di fuggire per una vita intera. Eppure sono qui, nonostante tutto, a vivere la scena di un film che avevo scritto diversamente ma si sa, non va mai come vorresti che vada. E allora per una volta prendo atto di ciò che ho, di ciò che sono diventato e di come è cambiato il mondo. Non quello che non sa nemmeno che esisti, ma quello delimitato dalla staccionata che hai riverniciato la scorsa estate. Quel mondo fatto di un posto auto, qualche cianfrusaglia dispersa sul prato, qualche hobby che serve a darti l’impressione che stai concludendo qualcosa nella tua vita. Sono qui, che cerco di prendere il joystick in mano per cominciare un match diverso da quello che avevo immaginato ma che può essere comunque avvincente.

In fondo cos’è che cerchiamo? Cosa diavolo ci aspettavamo di meglio? Un conto in banca più ricco? Essere a capo dell’azienda in cui lavoriamo? Una prole bionda con gli occhi azzurri, patrimonio genetico della più figa del paese? Beh, le cose non vanno così.

Deve andarti bene la tua berlina di seconda mano che ha già percorso 143.700 km in 8 anni, un lavoro che non ti permetterà di viaggiare tutti gli anni a Sharm ma che ti consente di mettere due piatti caldi al giorno a tavola. E spera di avere qualcuno accanto che non sia la più bella della provincia ma che ti ami nonostante tutte le tue cicatrici, le tue insicurezze e la tua infinita lista di difetti. Qualcuna che sia preziosa come quella busta di spinaci surgelati che non ricordavi di avere in freezer e che ti salverà dalla fame, quella sentimentale. Perché è brutto avere un appetito smisurato e nessun cibo da addentare. Un po’ come le relazioni, anni interi cercando di essere un ristorante gourmet a 5 stelle che non esiste, prima di rendersi conto che la vera felicità risiede in ciò che cantavano Al Bano e Romina 40 anni fa. Sognavi un risotto ai frutti di mare prima di renderti conto che il sapore del panino mortadella e provola non lo scambieresti con niente al mondo.

A volte però quel pacco surgelato sei tu, tirato fuori solo al momento del bisogno e per mancanza di alternative. Economico, pronto all’uso e poco impegnativo. Quante volte ci sentiamo così? Un piano B, un piano scelto all’ultimo minuto, un ripiego. La vita sentimentale come un piatto surgelato, nonostante sognassi un ristorante vista mare durante 28 giorni di ferie.

E il problema è che a furia di essere seconde scelte ci si abitua e impieghiamo sempre più tempo a scongelarci, a diventare il pasto di qualcuno. E’ un processo che sfida le leggi della fisica: più passa il tempo, più diventiamo freddi. E ad ogni nuova cena ci metteremo sempre di più, perché non è l’involucro ad essere ghiacciato bensì l’interno. Ed andiamo avanti così, sempre più freddi e sempre più surgelati, senza mai essere prima scelta.

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