( tratto dalle battaglie di Norma Cassera Mascheretti )
Se siete nati alla fine degli anni ‘80, Dawson’s Creek è il vostro teen drama di riferimento (e The O.C muto). Io l’ho scoperto in quinta elementare ed è stato il mio imprinting per le dinamiche sentimentali, nonché l’origine delle mie aspettative tradite con gli uomini fino all’età adulta. Ma partiamo da principio: la trama.
Nella ridente cittadina di Capeside, la cui attrattiva principale è il fiume che la attraversa, vivono un gruppo di adolescenti vestiti male e pettinati peggio, che si destreggiano tra insidie puberali e dialoghi verbosi sul sesso (che non fanno). Dawson, un ingenuo nerd quindicenne convinto che Spielberg sia il più grande regista mai esistito, ammorba l’amica Joey con le sue velleità da cineasta. La poveretta, nettamente più sveglia di lui, ma dello stesso perdutamente innamorata (quindi non poi così acuta), in un plot twist perverso di Romeo e Giulietta si arrampica alla finestra di Dawson tutte le sere, sperando di giocare al dottore con l’amico d’infanzia, ma rimanendo sempre a bocca asciutta. Attorno a questi due virgulti, gravita Pacey, migliore amico di Dawson, simpatico combinaguai che maschera la sua sofferenza esistenziale dietro la maschera del clown.
In questo contesto da psicoterapia di gruppo si inserisce Jen, personaggio più figo in assoluto della serie (e che ovviamente nell’ultima puntata muore), una newyorchese emancipata e femminista che per il peccato originale di aver ciulato una volta viene spedita a vivere con la nonna teodem al villaggio di pescatori. Come a dire, se non ti si spengono i bollenti spiriti nemmeno qui, ti bruciamo sulla pira.
Ora, nelle evoluzioni sentimentali dei quattro, e al netto dei personaggi minori inseriti nelle stagioni successive a ravvivare lo share, il perno centrale della narrazione si delinea essere il tragi‐triangolo amoroso Dawson‐Joey‐Pacey. E qui già a 12 anni non mi tornava qualcosa, perché Joey è palesemente una chiavica. Perennemente insicura su tutto, gattamorta, artista fallita, incapace finanche di trattenere i ciuffi di capelli dietro le orecchie. Eppure, fa sbarellare tutti i maschi del branco. Io tifavo per Jen. Atea e autodeterminista, snobba le convenzioni sociali e viene per questo spesso ostracizzata dal suo gruppo di pari, salvo poi essere, totalmente random, nominata capo cheerleader della scuola senza averne fatto mai domanda.
Gli anni 2000 mi stavano (ancora) dicendo che per essere l’oggetto amoroso prediletto bisognava essere timide e scialbe, passivo‐aggressive e saputelle. Percepivo di essere geneticamente svantaggiata, ma il malinteso fondamentale è un altro. Joey alla fine sceglie di fidanzarsi con l’irriverente Pacey, il quale diventa, nel corso delle stagioni, il ragazzo perfetto, l’uomo ideale. Caduto il velo di Maya, da cazzaro inutile Pacey si rivela sensibile e determinato, intelligente ed altruista. Innamorato di un amore assoluto per Joey, si sacrifica più volte per lei senza alcun tornaconto personale, la sostiene nelle sue battaglie, risultando virile ma paterno. ‘Na favola.
Ecco, io in prima media pensavo di potermi serenamente aspettare che i ragazzi della mia vita sarebbero stati se non proprio come Pacey, quantomeno una sua variazione sul tema.
Una tragedia annunciata. Ma questa, è un’altra storia.
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