( tratto dalle battaglie di Norma Cassera Mascheretti )
A 20 anni la mia prassi di vita era la stessa di Ash Ketchum nei Pokémon. Ossia, quella di un decenne spericolato e facilone che gira per il mondo, accompagnato da un roditore gigante potenzialmente letale. Positiva e incosciente, campavo fiduciosa nella benevolenza del prossimo mio. Credevo che avrei ammaliato le persone, mi sarei innamorata – ricambiata – di uomini straordinari, avrei vissuto avventure incredibili, avrei realizzato il mio io più autentico attraverso una professione ottimamente retribuita, insomma sarei stata felice. Shatush, arroganza e gotta catch ‘em all.
In questo contesto illusoriamente edenico, l’ultima notte dell’anno rappresentava per me, come per tutti i miei amici, la celebrazione di questa ottimistica ignoranza. Bisognava celebrare il futuro, guardare al domani. Progettare e poi vivere feste infinite, bere intrugli da nomi improbabili tipo Invisibile o Angelo Azzurro, ballare e non sentire la stanchezza. E il giorno dopo, 1° gennaio, ero fresca. L’hangover non si era ancora accorto di me.
Salto temporale, oggi non compro nemmeno lo yogurt prima di leggere l’etichetta. Perché a 30 anni siamo già tutti dei sopravvissuti, con tutte le conseguenze che questo comporta. Io, nel caso specifico, sono sopravvissuta alla televisione di Mediaset, agli stage, ai carboidrati, alle storie d’amore naufragate, alla consapevolezza che quei naufragi sono stati probabilmente colpa mia, alle amiche stronze e a quelle per cui la stronza ero io.
Nella vita da trentenne, Capodanno è quella festa obbligata da un contratto sociale che devono avermi fatto firmare mentre ero distratta. Se festeggio, mi sento molto meno Paris al suo 21esimo compleanno e molto più Di Caprio nella scena finale di The Revenant. Festeggio perché sono viva. L’ho scampata, ancora una volta. Guardando all’anno che si trascina via, rivivo i pali in faccia evitati per un pelo, quelli invece presi in pieno muso, ma da cui mi sono rialzata. Le poche gioie e i numerosi sbattimenti. Passo in rassegna gli errori commessi. Quelli nuovi, quelli reiterati e i miei preferiti: quelli calcificati. Sempre con me, tipo zainetto dell’Eastpak alle medie, con tanto di portachiavi a forma di Winnie the Pooh in modalità drag queen e peluche Diddl. Se non puoi combatterli, decorali. A 30 anni sto combattendo una guerra. Come a 20, ma ora lo so.
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