Fermi alla stazione

Da quando mi sono abbonato a Spotify la mia vita è cambiata, soprattutto quella in automobile. Guido volentieri e anche i percorsi più lunghi diventano sopportabili perché riesco ad assecondare il mio umore dato che sono un musicopatico. Ho googlato, non so se questa parola esista sulla Treccani ma qualcuno lo ha già chiesto su Yahoo Answers quindi va bene così. Ma ci siamo capiti, no? La musica che ascolto influenza il mio umore e a volte lascio che le canzoni assecondino le mie sensazioni. Quando avevo la macchina senza bluetooth spendevo un sacco di soldi per comprare cd vergini, preparavo la compilation prima di uscire e magari cambiavo idea mentre era in corso la masterizzazione, mentre facevo la doccia o con lo scorrere dei minuti e le cause potevano essere molteplici. Magari hai il primo appuntamento con una ragazza e ti prepari una compilation con i Bee Gees ma se lei ti affonda nella friendzone durante la cena, dubito che tornando a casa ti verrà voglia di ascoltare “Stayin’ Alive”. Ecco, io ho sbagliato UN SACCO di cd e per fortuna la tecnologia, come è accaduto spesso in questi 30 anni, mi ha soccorso. Adesso posso uscire di casa con un’idea e trasformarla dopo due curve; posso passare con due scrollate del pollice da Ray Charles ai Led Zeppelin e se mi va, persino a Tiziano Ferro, ma solo in casi di depressione acuta. In quei frangenti “Sere nere” è un toccasana. 

Ogni serata richiede un sottofondo diverso e se usi sempre lo stesso devi ancora capire troppe cose della vita. Io qualcuna l’ho capita ma soprattutto sono in grado di prevedere il rischio, calcolare gli imprevisti, pensare alle ipotesi più strane e preparare un materasso su cui, almeno musicalmente, atterrare. Per quella sera, dovendo macinare diversi chilometri, il menù era molto ricco ed ho preparato il piano A ed il piano B. Il primo l’ho messo in campo subito dopo aver fatto benzina (odio partire, schiacciare play e poi fermarmi per il rifornimento, perciò la musica comincia dopo aver messo 20€ di senza piombo. Si, venti, perché avevo molti chilometri da percorrere). Imbocco la strada ed è come se accendessi gli amplificatori: “Cigarettes & Alcohol”, “You shook me all night long”, “Stop the rock”, “White Riot”, “You really got me”. Il lato A, la prima playlist, è tutta dinamite ed io mi sento Pino D’Angiò in “Che idea”. Tutto bello finchè non mi rendo conto che tra 7 chilometri arriverò alla mia destinazione ed inizio a cagarmi sotto. Ho la faccia più sconvolta di quella di Grignani negli anni d’oro ed allora passo al piano B e mi lascio cullare dalla mia app preferita che come un amico saggio mi consiglia di volare basso e prepararmi ad un ipotetico finale negativo per questa storia. E allora dalle casse vengono fuori Joy Division, M83, The XX e altri compagni di viaggio poco inclini all’allegria. Arrivo e aspetto. Ma d’altronde è una vita che ti aspetto. Se sono qui devo dire grazie al mio migliore amico che mi stimola o a fare cose molto cretine o cose molto coraggiose e spesso le due categorie coincidono. Un paio di sere fa, mentre analizzavamo l’andamento della nostra guerra interiore non abbiamo trovato una risposta ad una domanda. 

Siamo fermi alla stazione: ma il nostro treno è già passato o lo stiamo ancora aspettando? 

Fantastici gli amici: ti spingono anche involontariamente a fare delle cose che da solo non riusciresti mai a fare perché spesso la cosa difficile è aprire la porta e cominciare il viaggio, non il viaggio stesso. E comunque sono qui che cerco di organizzare i pensieri per farle un discorso importante che ai miei occhi sancisce uno spaccato netto: o non ci vedremo mai più o ci vedremo finchè avrò bisogno di una polacca che mi cambi il pannolone. Si, sono sempre abbastanza tragicomico nelle mie faccende sentimentali. Bianco o nero, dolce o salato, Nord o Sud; non mi piacciono le vie di mezzo, non mi piace il grigio, non mi piace l’acqua a temperatura ambiente. Il brainstorming che faccio con me stesso va a finire come tutti quelli che faccio: un vicolo cieco e per giunta ho intrapreso la strada sbagliata. Finisco a pensare a tutto tranne che alle parole giuste da dire quando saremo faccia a faccia. Penso alla ragazza per la quale ho avuto la mia prima cotta; l’ho rivista in un bar ieri mentre stavo per rientrare in macchina. Lei era in piedi, sempre molto bella, ed aveva in braccio una bambina che avrà avuto 4-5 anni. Seduto, vicino a loro, il padre della bimba. E’ stata una bella visione, sembravano felici. Perché è così difficile essere felici? Ma soprattutto perché inventiamo sempre scuse per non esserlo? La colpa è sempre degli altri, sempre di strane congiunzioni astrali. La realtà è che essere felice ha un prezzo e la moneta di scambio è il coraggio. Io ancora non ho capito come essere felice ma ho capito che rimanere stravaccato sul divano non mi aiuterà perciò ho messo 20€ di benzina e sono partito. E mentre io giocavo a fare il Fabio Volo dei poveri, perso tra i miei pensieri e qualche sigaretta di troppo, lei mi scrive, mi manda la posizione ed io riaccendo la macchina. Stavolta senza musica perché come diceva Flavio Oreglio, il momento è catartico. Io, uno dei mammiferi più pigri della Terra, uno che in passato ha rifiutato appuntamenti perché bisognava andare nel paese accanto e percorrere pochi chilometri in auto, adesso ero a 2 ore di distanza da casa mia. Incredibile il coraggio. Quasi più incredibile delle donne. A volte abbiamo talmente tanta voglia di essere felici e di essere la causa della felicità altrui che diventiamo incoscienti e facciamo cose che non hanno senso, spinti da questa illuminazione divina che può trasformarsi in suicidio sentimentale istantaneo.  

Quando finalmente siamo l’uno di fronte all’altra ho come un ronzio nella testa e per la prima volta in vita mia, devo dissentire dal profeta Pezzali.  “Solo lei davanti a me / Cosa vuoi / il tempo passa per tutti lo sai”. E no caro Max, a volte il tempo sembra cristallizzato, un orologio a cui bisogna sostituire la pila affinchè ricominci a far oscillare le lancette. L’incontro che ho vissuto ne è la prova vivente perché è stato come riaprire il libro che avevamo lasciato sul comodino e che per troppo tempo non avevamo continuato a leggere. La luce negli occhi era la stessa, i crampi allo stomaco anche e idem per il mio discorso, andato a puttane come tutte le volte. Anche le sue scuse per essere venuta con la divisa del lavoro sono le stesse. Che strane voi donne però: il nostro sport preferito è spogliarvi e rivestirvi con gli occhi, giocare a bloccare quella luce nella nostra memoria e voi vi preoccupate per queste sciocchezze. In certi momenti c’è solo la pancia, la testa non ragiona e quindi anche un sacco nero della spazzatura vi starebbe da Dio. Il resto di ciò che è successo non lo racconterò perché certe storie possono essere condivise, altre è bene tenerle al caldo sotto la coperta dei ricordi più intimi, quella che può scaldare solo due persone. 

Il coraggio, dannato coraggio, riesce a farti capire che la felicità sono questi attimi in cui bruci dentro e ti senti vivo come non mai. A questo dovremmo pensare: a bruciare, sempre a fiamma alta, il più possibile. Quando hai coraggio persino il tempo ha una concezione diversa: 10 minuti che volano via troppo velocemente dopo averli aspettati mesi interi. E’ tutto lì: coraggio, fiamme e stazione. Chissà se mi farai salire sul treno per fare un pezzo di strada insieme. E’ ancora troppo presto per arrendersi.   

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