Ultimi Romantici

La musica è sempre stata la mia migliore amica. Faccio davvero fatica a trovare un momento importante della mia vita, una relazione o un cambiamento senza che ci fosse una determinata canzone in sottofondo. Lei c’era, è sempre stata lì, come un amico fidato. E’ stato il mio conforto, la mia carica, un abbraccio caloroso ma anche uno schiaffo violento sulla faccia che mi svegliasse dal torpore delle emozioni. Siamo cambiati insieme, proprio come fa una coppia di migliori amici. E nell’arco di questo pluridecennale rapporto ci siamo evoluti e trasformati di pari passo, vedendone di tutti i colori.

Io diventavo bambino, poi adolescente ed infine adulto; lei invece da cassetta diventava cd, poi file sharing ed infine liquida con lo streaming. Io crescevo e lei accanto a me si evolveva. Siamo la generazione di ultimi romantici, quelli che per ultimi hanno acquistato un cd nel negozio di dischi di fiducia, prima di imparare ad utilizzare Spotify. Siamo gli ultimi ad esserci innamorati delle band del momento grazie ad un videoclip su TRL o Top Of The Pops, prima di coltivare le nostre ricerche su Youtube. Siamo gli ultimi ad aver preparato una compilation per la ragazzina che ci piaceva al liceo, prima di mutare in playlist un po’ sterili che creiamo con troppa semplicità. Gli ultimi ad aver sfogliato il libretto dei cd per leggere i testi e tradurli su un quadernetto.

La nostra è l’ultima generazione ad aver investito tempo e denaro nella musica, sia che si trattasse di un vinile, sia di un cd vergine da acquistare in tutta fretta per masterizzarci su QUELLA canzone.

E quante ne abbiamo sbagliate? Quante volte abbiamo dedicato la canzone sbagliata? Sono i rischi del mestiere, come un grande calciatore che sbaglia il rigore decisivo. Siamo gli ultimi ad aver sognato Londra o New York mentre sfogliavamo una rivista, acquistata con tanto sacrificio in edicola. E da lì magari sono nati tanti primi amori, tante ore passate con il lettore cd in mano a consumare per intero un album. Sì, perché siamo anche gli ultimi ad aver dato importanza alla lunghezza di un’opera, prima che la sindrome da singolo corrodesse dall’interno l’intera filiera.

Quando ancora le grandi città erano inesplorate e sembravano lontanissime, noi sognavamo quello stadio, quel palazzetto, quell’esperienza di giubilo che era un concerto dal vivo. I concerti, quelli che per noi rappresentavano un sogno ad occhi aperti e non soltanto un modo per dire al mondo dove siamo in quel preciso momento. Quando la musica aveva un peso e veniva vissuta con lo stomaco e non con uno smartphone in mano. La musica c’è sempre stata, si è soltanto evoluta e noi con essa. Ma se è vero che cambiano i supporti, la fruizione e l’importanza sociale, non cambia lo spirito. Quello che ci fa scoprire un cantautore dell’Est Europa di cui nessuno nella tua comitiva ha sentito parlare; quello che ci fa scovare in un oceano infinito come il web quel remix meraviglioso di un dj emergente. Quello che, nonostante le spese che dobbiamo sostenere a 30 anni, ci fa investire denaro per assistere al concerto del nostro cantante preferito.

La musica, nella sua vera essenza, non è cambiata. E neanche noi. Perché basta mettere un paio di cuffie per essere davvero “Forever Young”, col cuore che pulsa per l’unica cosa che davvero ci fa sentire vivi. Siamo cambiati eppure siamo sempre qui, io e lei, nonostante tutto. Ed anche se nella vita non sono mai stato il figo della situazione, a me basta schiacciare play sulla canzone giusta per camminare fottendomene di tutto e tutti, come Richard Ashcroft nel video di “Bitter Sweet Symphony”.

“La Guerra dei 30 Anni” è anche su Instagram

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