(foto di Manu Mangalassery)
Ricordo gli ultimi giorni di scuola. Quegli ultimi giorni che avevano il profumo di scontro-salvezza perché si decretava il campionato in cui avrei militato l’anno successivo: il calvario di una permanenza nella stessa categoria oppure la gloria della promozione. Erano giorni difficili perché le sirene cantavano nelle mie orecchie; sirene fatte di triplici fischi domenicali, di esultanze dopo una giocata di Ronaldo, Totti, Del Piero. Sirene che contemporaneamente bussavano alla mia finestra come il sole di maggio che era già cocente e mi spingeva a recuperare il costume dall’armadio togliendo libri e quaderni dal mio Invicta per sostituirli con un telo da mare. Ci bastava solo quello.
Le canzoni caraibiche avevano invaso le classifiche, i frigoriferi dei bar esponevano le novità dell’Algida ignari del fatto che avremmo scelto il Liuk, sempre e comunque. La dura scelta tra compilation rossa o blu del Festivalbar, che era come chiedere se volevi più bene alla mamma o al papà, ma tanto alla fine le prendevi entrambe, masterizzate, al mercato di paese. Indagini degne della FBI per scoprire la spiaggia in cui sarebbe andata la ragazza che ti piaceva. Un’informazione che avrebbe influenzato i tre mesi successivi. Il quaderno su cui appuntavamo con gli amici tutti i risultati delle nostre partite sull’asfalto, che sostituivano quelle al fantacalcio dei mesi precedenti. Ci bastava solo quello. Gli sms della summer card calibrati saggiamente affinchè durassero più a lungo possibile; quando agli amici non c’era bisogno di dare appuntamento perché ci si vedeva al solito posto, alla solita ora. E quando il timido corteggiamento telematico si affacciava con prepotenza nelle vostre vite per darci l’illusione di avere una possibilità con lei, la ragazza che avevamo sognato per un anno scolastico intero. In pochi andavano in vacanza, erano gli anni dell’autobus che ci portava a mare e con pochi spicci in tasca ci sentivamo già grandi.
Erano le domeniche caratterizzate dal tifo, dall’ansia della scuola e dalla speranza riposta nel futuro. Come saremmo diventati da grandi? Come ci saremmo guadagnati da vivere? Come sarebbe diventato il campo su cui giocavamo a pallone emulando le gesta di Kakà, Zidane, Rivaldo e van Nistelrooij?Domenica scorsa mi è capitato di passare da quel campo su cui dribblavamo i nostri sogni da adolescenti. Era vuoto, le reti bucate e il sole picchiava con i suoi prematuri 35 gradi. Non c’erano sogni, né speranze, né illusioni, né ragazzini. Una parte di me è stata felice perché in quel campo ha rivisto gli ologrammi dei miei amici sfidarsi per un’ultima volta all’urlo del “Chi segna l’ultimo ha vinto!” che vanificava anche un risultato di 30 ad 11. Un’altra parte di me ha accarezzato quell’asfalto con la fantasia guardando un passato che non c’è più e che è rinchiuso in qualche vecchio scatolone. Insieme all’album Panini, al lettore cd, alle compilation, alla smemoranda e ai quaderni di matematica.
Adesso la domenica continua ad avere un sapore agrodolce e il sole di maggio continua a picchiettare il vetro della mia finestra. Mi spinge verso il mare ma devo stendere i panni; vorrei raggiungere la tipa che mi piace ma ho alcune faccende di lavoro da sbrigare. Dovrei prenotare le vacanze ma non so se mi rinnoveranno il contratto e se me le potrò permettere. Mi accendo una sigaretta tra un giro di aspirapolvere e le lenzuola da stendere mentre sento degli schiamazzi in lontananza. Mi affaccio al balcone e vedo tre bambini con le maglie di Dybala, Lautaro e Ronaldo (Cristiano) che discutono animatamente su chi vincerà il tricolore quest’oggi. Sicuramente si dirigono verso un campetto diverso da quello in cui giocavamo io e miei amici. Mi chiedo che fine abbia fatto la maggior parte di loro ed alzo gli occhi al cielo perché ho mischiato nuovamente i capi bianchi e quelli colorati. Estate aspettami ancora un po’, non sono ancora pronto. Baggio non gioca più, neanche Totti e Del Piero. Senna non corre più e neanche Schumacher. Mi hai lasciato pure tu. Assaporo queste giornate così diverse rispetto al passato e mi sembra quasi che non sia più domenica.
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