Me ne sto seduto sul divano guardando una replica di Propaganda Live. Recupero le puntate su youtube quelle rare volte in cui esco di venerdì sera. Da un po’ di tempo a questa parte la mia vita mi chiede leggerezza e cerco di darle retta, almeno nelle scelte serali al pc. Sorseggio una birra olandese in lattina, fumo tabacco trinciato proveniente dalle riserve naturali del Virginia mentre penso che oggi è lunedì e mi tocca portare sotto al portone il bidone della plastica. Un piccolo gesto che può cambiare il mondo, penso tra me e me. Lo penso mentre riempio una nota del mio iPhone e mi suona come un controsenso: mi chiedo se sia più forte la rivoluzione o la globalizzazione.
Faccio un gesto automatico, uno di quelli che ormai è diventato prassi, senza dargli troppo peso. Col pollice clicco sull’icona di Instagram e il social spalanca la mia finestra sul mondo. Sul mondo è un po’ esagerato, diciamo più sull’Italia; questo progetto però, La Guerra dei 30 Anni, è una finestra molto più precisa perché affaccia sul cortile della mia generazione. Certi momenti in cui non ho molto da fare, tipo questo, apro la sezione delle notifiche e sbircio i profili che iniziano a seguire la pagina o quelli che mettono like. Succede raramente, ma quando accade è sempre curioso vedere lo spaccato generazionale dei miei coetanei, una lunga lista di sconosciuti dietro la quale si celano storie, vere o filtrate, raccontate per davvero al resto del mondo. Sono estremamente soddisfatto del rapporto che ho sviluppato con i social perché mi sento di non esserne schiavo, di poter vivere tranquillamente anche senza di loro e di non aver sviluppato quella mania da notifiche che pervade molti 30enni come me. Passo senza problemi intere serate, a volte persino giornate, senza avvertire il bisogno di scoprire cosa succede su queste piattaforme. Lo faccio principalmente quando mi annoio, i social colmano i vuoti di una vita frenetica. Il web e l’approccio ad esso è uno degli argomenti più vasti ed elaborati che ci siano, molto più di quanto si immagini. I fattori da considerare sono molteplici e ogni persona con cui decidi di affrontare questo discorso riuscirà a darti una versione differente. Io, da buon figlio dei ’90, ho surfato tra l’era analogica e quella digitale ma mi accorgo a volte di avere idee diametralmente opposte a quelle di chi ha la mia età. La complessità dei 30 anni vede la sua piena manifestazione nel mondo social, specchio per le allodole e diavolo incantatore per eccellenza. Il pericolo è lo stesso per tutti gli esseri umani ma le conseguenze variano a seconda dei soggetti chiamati in causa.
Noi ad esempio rischiamo molto spesso di cadere nel tranello del confronto, di cui il web è massima espressione per antonomasia. La vita a 30 anni, rappresentata sul web, è un incrocio di percorsi in cui si scontrano i vari “se avessi”, “avrei potuto”, “forse dovrei”. Non sono schiavo dei social ma alcuni giorni, quando la mia autostima bipolare bussa alla porta, mi perdo nelle domande che il confronto spinge inesorabilmente a farmi. Ad un certo punto però bisogna cambiare la prospettiva con cui si osservano gli eventi e soprattutto considerare quanto sia poco attendibile ciò che gli esseri umani mostrano sui propri profili.
Nella vana ricerca dello spauracchio della “vita realizzata”, persino osservare i nostri amici sui social può diventare tossico; i figli che hanno, i viaggi che fanno, la felicità sbandierata ogni volta che ne hanno la possibilità. Ma in fondo quello è solo lo spiraglio che decidiamo di mostrare, è solo la figurina in cui vogliamo crogiolarci per sembrare migliori di quello che siamo. Siamo come una squadra che ha tra le sue fila un grande campione in mezzo ad una rosa di schiappe: i social sono Del Piero e la vita offline è una moltitudine di Chimenti, Birindelli e Baiocco. Cerco di guardare con le dovute distanze la vita degli altri cercando di autoconvicermi che ognuno di noi ha il proprio percorso e che ciò che conta non sono le tempistiche con cui si ottiene un risultato ma la soddisfazione che deriva nell’ottenerlo.
Tutti abbiamo obiettivi e percorsi differenti; per alcuni la strada da percorrere non è quella che porta ad essere genitori entro i 30 mentre per altri è la tappa principale. Certe persone riempiono la propria vita con viaggi, avventure ed esperienze mentre altri preferiscono il tepore della comfort zone dettata dal proprio paese di provincia. Giudicare, osservare, denigrare la vita degli altri non aggiunge niente al tuo percorso ma ti rende solo ancora più schiavo del confronto ed impostarlo in questi termini non ti farà mai migliorare il tuo cammino. Impariamo ad andare per la nostra strada, magari guardando la corsia accanto alla nostra ma solo come spunto di riflessione, senza quell’invidia o quel paragone che è impossibile perché, semplicemente, sono due percorsi differenti. E impariamo ad usare i social in maniera meno tossica perché, anche se facciamo fatica ad ammetterlo, abbiamo tutti comportamenti analoghi ma con sfumature diverse.
Se io fossi un tipo che si spara 5 selfie al giorno ad esempio, dubito che me ne farei uno adesso per mostrare la birra comprata con gli sconti, il tabacco che sto fumando ed il pigiama di cotone e paranoie che indosso.

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