Sognavo di fare la radio

Ciao, mi chiamo Daniele, ho 31 anni e da piccolo sognavo di fare la radio. Se stai leggendo queste parole forse ci conosciamo già, o meglio, tu conosci qualche pezzetto di me che negli ultimi due anni ho sparso qua e là in alcuni articoli del blog. Prima di continuare a leggere ti invito ad ascoltare questa canzone; è il sottofondo che userei se questa fosse la scena di un film. Ffffatto? Bbbbene.

Dicevo: da piccolo sognavo di fare la radio. La musica ha sempre fatto parte della mia vita e da un po’ di tempo a questa parte ho sviluppato questo disturbo per il quale associo alcune cose che accadono, che vedo o che immagino a delle canzoni. E’ tipo un musical, ma con pochi sorrisi e tanta malinconia. La fissa per la musica e la scrittura sono due cose che mi porto dietro da sempre e diciamocelo francamente, sono gli unici due talenti che ho. Prova a dirmi come ti senti, prova a rievocare un ricordo, prova a far viaggiare la fantasia: avrei la canzone giusta per ognuna di queste cose. E poi ci sono i fogli bianchi, che negli anni si sono evoluti da cartacei a digitali. Li sporco, li riempio di attimi vissuti, di bugie, di invenzioni, di dolore, di gioia.

L’italiano era l’unica materia in cui non ho mai avuto problemi a scuola; la prova scritta alla maturità la consegnai direttamente in brutta copia, complice anche la pigrizia che mi contraddistingue, e finii ben prima del 90% dei miei cervelloni compagni di classe. Ho trascorso molti anni a scrivere canzoni mettendoci dentro soltanto la verità; poi mi ero stancato ed ho iniziato in prosa, mettendoci tanti elementi inventati. Sono campione del mondo in comincio cose nuove senza portare a termine le vecchie. Vi dirò una cosa che generalmente dice chi non ha successo con la propria arte: scrivo per necessità. Cazzata, nella maggior parte dei casi. Per me invece è così; lo facevo prima, quando le mie canzoni non se le cagava praticamente nessuno e lo faccio adesso che invece qualcuno che legge ciò che dico, c’è. Scrivere aiuta a svuotarti, a lasciarti andare, a dire cose che non diresti in una conversazione normale. Scrivere aiuta a vivere una vita non tua, a correggere il tiro, a sognare un altro finale.

Viviamo in tempi aridi di emozioni forti; molta gente è convinta che ricevere qualche commento a ciò che scrivo fomenti il mio ego, quando in realtà a me non frega un cazzo. E’ una cosa che faccio per me, se poi questa cosa ti interessa o ti ci rivedi, ben venga. Continuerò a farla a prescindere. Quando io e il mio socio abbiamo iniziato questa cosa de La Guerra dei 30 Anni abbiamo scelto l’approccio Banksy/Daft Punk/Liberato perché metterci la faccia non è rilevante. Spesso parlo con persone che non conosco tramite un profilo instagram che non ha sesso/identità precisa/volto, una sorta di entità super partes. E’ il fascino delle parole. Le parole, se usate bene, possono far innamorare, confortare, tenere compagnia, convincere. Se vivessimo in una realtà come il film “Her” sono sicuro che andrei a ruba, sarei la Samantha che tutti vorrebbero. E invece no, non funziona così. Le parole sono belle, sì, però non bastano.

Celarsi dietro ad un profilo è una scelta molto paracula perché ti permette di dire e fare tante cose che non diresti e non faresti se ti esponessi in prima persona. E’ una cosa divertente, quando hai il tempo libero da dedicare. Stavolta ho tolto la maschera e sono sceso in trincea perché questa guerra, che diventa sempre più sanguinosa, ci sta rivelando che siamo riusciti a creare quella che gli esperti chiamano Community. Siamo diventati un agglomerato di storie, di malessere e dubbi esistenziali e la sensazione di non essere soli a volte aiuta. Stamattina stavo ripensando ai sogni che avevo da ragazzino e riflettevo sul modo di realizzarne uno. Dare carta bianca ai soldati che combattono come noi, leggere i loro pensieri, infilarci qualche canzone, ascoltare i loro messaggi vocali. Figo, eh? Quanti messaggi vocali inviamo ogni giorno senza renderci conto che stiamo lasciando tracce significative nelle vite altrui? Le parole sono belle, sì, ma la voce resta impressa più a lungo, mette in moto corde differenti, stabilisce un contatto fatto di empatia e odore di polaroid.

Ho già scritto 726 parole in questo documento word e sono sicuro che non hai capito dove voglio andare a parare. Se ti consola, sappi che non lo so neanche io. E’ un esercizio, scrivere quello che ti passa per la testa, mettere nero su bianco le idee per capire quanto siano poco realizzabili.

Sono Daniele, ho 31 anni e voglio fare una cosa che è molto simile ad una radio.   

“La Guerra dei 30 Anni” è anche su Instagram

3 pensieri riguardo “Sognavo di fare la radio

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  1. Ciao, visto che non te ne frega un cazzo di gonfiare il tuo ego, volevo disinteressatamente dirti che la canzone ci stava da dio con quello che hai scritto che è a sua volta molto figo anche se non hai capito bene dove volessi andare a parare

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  2. Ciao, chiamarti Fake, non mi piace ti chiamerò Ray, anch’io volevo fare la radio ma era il 1978 la mia vocazione era essere Dj, e invece in radio volevano gli speaker! Io volevo solo buttare musica a più non posso, ma l’ emittente voleva persone che parlavano, sono tuttora uno skater suono musica e ti auguro di spaccare!
    Un saluto wu Otto.

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