Ambire alla decenza


Quando si è ragazzini arriva per tutti quel periodo in cui, mossi da moti rivoluzionari interiori e spirito di contraddizione, iniziamo ad ascoltare gli Offlaga Disco Pax, i CCCP e il punk italiano degli anni ‘80. Qualche anno dopo, sull’orlo dei 30, arriva per tutti quel momento in cui ti scontri con il mostro finale: la palestra. E a quel punto pensi che “il personal trainer non ritenne di fare altre domande” perché “è una questione di qualità”.


Per un esperto della procrastinazione come me questo momento è arrivato a 31 anni, non prima di una lunga serie di domande e considerazioni degne di un’indagine psicologica che affonda le sue radici nell’età della pubertà. Nell’adolescenza te la scampi facilmente, soprattutto se sei il più alto della classe; quello è un passe-partout del fitness, è sufficiente per mostrare al mondo che hai una caratteristica fisica che giustifica la tua allergia allo sport. Crescendo il mondo cambia, il corpo cambia e la società alita sul tuo collo chiedendoti di più. “Da lunedì comincio la palestra!”: quante volte lo abbiamo detto? Rimandi finché le ernie non bussano alla tua porta, finché le notti brave condite da luppolo non chiedono il conto e finché non ti rendi conto che sei arrivato al limite dello schifo. Perché? Perché lo facciamo? Una cosa così semplice affonda le sue radici in aspetti psicologici complessi e radicati ed ho analizzato soltanto i miei (cosa già molto difficile), figuriamoci se vado a pormi problemi di altri. La mia autostima è sempre stata più bassa di Brunetta ed ho capito fin da subito che, nonostante fossi il più alto della classe, sarebbe stato più furbo giocare un altro sport. Da lì iniziò l’opera di convincimento verso me stesso del tipo “però sono simpatico!”.

In un mondo fatto di Cristiano Ronaldo, capii che sarebbe stato meglio dedicarsi al basket.


Sono sempre stato a disagio con quegli aspetti della vita in cui prevaleva l’aspetto fisico. E nella vita prima capisci su cosa ti conviene puntare, meglio riesci ad accettare il resto, cercando la strada del male minore. Se sono arrivato in palestra a 31 anni dopo decenni di inattività è perché ad un certo punto ti scontri con una presa di posizione: devo ambire alla decenza. I miracoli non esistono e se hai le braccia che sembrano spaghetti ristorante numero 8 della barilla, non puoi diventare quello che non sei. Puoi attutire il colpo, cercare di essere presentabile, ma non diventi uno gnocco, in tutti i sensi. E così il passo più grande non è compilare il modulo di iscrizione bensì accettare se stessi, in un valzer di autostima bipolare in cui cerchi di fare qualcosa per te stesso.


Ti lanci in un’arena che sembra uno zoo: tra gorilla narcisisti, cerbiatti dal muscolo scolpito, ippopotami che si credono gazzelle e scimmie, come te, che tentano di evolversi in essere umani. Siamo scimmie. Ed una scimmia non può diventare un essere umano. La cosa brutta della palestra, ora che ho passato ben 90 minuti al suo interno, è che hai molto tempo per riflettere. E questo, lo sappiamo, è quasi sempre un male. Rifletti sul catorcio che sei, quel brutto anatroccolo che non diventerà mai principe e di conseguenza non piacerà mai a chi è attratto dai principi. Rifletti sul perché hai sempre rimandato questa scelta ma capisci che è solo l’ennesima decisione sbagliata della tua vita. Rifletti sul fatto che in fondo i miracoli non esistono e tu sei lì solo per decenza, per un briciolo di amor proprio che hai ignorato per anni interi e che ora hai deciso di prendere in considerazione.
La morale è la solita che adottiamo da anni: non cercare il confronto con chi è meglio di te, ma guarda chi sta peggio per una carezza di accettazione e conforto.


In fondo non stai rivoluzionando la tua vita e pur volendo non avresti i mezzi per farlo. Questa è solo ambizione alla decenza.

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