La storia che a 30 anni si acquistano maturità, buon senso ed equilibrio è una grande cazzata che ci raccontavano da bambini. Ricordo che da piccolo i 30enni erano già i grandi, gli adulti, quelli con una vita completa e formattata sull’asse delle scelte definitive. Ero convinto che ci fossero tre step: l’infanzia, l’adolescenza e la vecchiaia, senza via di mezzo. Ero convinto che dai 25 in su le persone fossero rinchiuse in una scatola con su scritto “definitivo”.
Sul finire dei ’90 ero un mocciosetto che guardava i grandi con molti punti interrogativi nella testa e una visione drastica delle cose: o bianco o nero, o dolce o salato. Crescendo ho capito che le vie di mezzo sono la caratteristica intrinseca dei 30 anni e probabilmente ce ne rendiamo conto solo quando siamo sommersi, fino al collo, da quella sostanza marrone. Come ci siamo arrivati? Perché tanti di noi barcollano e danzano con le proprie paure, illuminati dalle indecisioni di una vita che di certo non ha nulla? Non siamo tutti così, conosco tante persone che a 30 anni sono gli adulti che guardavo con sospetto da bambino: un matrimonio, dei figli, un lavoro a tempo indeterminato ed un mutuo con cui fare i conti 12 volte l’anno.
E poi ci siamo noi, gli abitanti della terra di mezzo, quelli che come la protagonista di “Mery per sempre” non siamo né carne né pesce. Quelli che non sono in grado di gestire la vita, le scelte, le esperienze. Non sappiamo cosa vogliamo ma sappiamo cosa non vogliamo. Non vogliamo chiudere quella scatola con l’etichetta “definitivo”, non siamo ancora pronti a spedirla. Siamo una passeggiata fatta sul lungomare del paese in cui andavamo a mare da ragazzini, siamo lo sguardo malinconico rivolto ai 13enni che impennano per impressionare la tipa che gli piace. Siamo il cornetto Algida, unica costante della vita. Siamo il bagnino con la forma fisica da sollevatore di amaro del capo che ciclicamente, ogni stagione, prende il suo posto. Con la canottiera che perde colore un’estate dopo l’altra. Siamo il rosso accesso, ormai sbiadito, per colpa del sudore e della salsedine. Siamo il gettone che non entra nel calcio balilla e il conseguente sollevamento per sbloccarlo, con annesse bestemmie.
Siamo lì, in bilico, indecisi tra una nuova partita e il lasciar perdere. E gli altri, quelli definitivi, ci guardano mentre cerchiamo di decidere la sorte di quella moneta da 50 centesimi.
Resti o vai? Hai deciso? Giochi o lasci perdere?
Non lo abbiamo capito, non lo sappiamo gestire, non sappiamo quando è giusto farlo. Ancora una partita. Sto perdendo 7-0 ma ancora una. Finiamo questa e ricominciamo.
“Come sarebbe la nostra vita ora se non avessimo… lasciato perdere?”
Aveva ragione Ted Mosby. La risposta mi strazierebbe. Estate, crocevia di viandanti. Dovremmo vivere come due giovani innamorati, quelli che cercano il batticuore perennemente, quelli che si lasciano andare senza paure e senza badare al cervello. Ma dovremmo scegliere le persone con cui condividere un panino in riva al mare anche di inverno, quando i turisti vanno via e restiamo solo noi. Col cuore che scoppia. Dovremmo giocarci l’ultima partita perché a volte Davide batte Golia, il pallone è rotondo, non ci sono più le mezze stagioni.
Coraggio, un’altra spinta e quella moneta si sbloccherà. Devi solo spingere con più veemenza, devi solo imparare che, a volte, lasciar perdere non è la cosa giusta. O magari lo è, ma una partita ce la meritiamo.
Giochiamo?

Ciao, sono un trentenne di quelli che si guardava con sospetto da bambino (anche io). Vi svelo un segreto: pur avendo matrimonio, figlia e tempo indeterminato e blablabla… resto un abitante della terra di mezzo. Perché credo sia uno stato mentale, non ci si può fare niente. Anche se si fanno tutte quelle cose “da vecchiaia”, si resta sempre una via di mezzo. Si resta Mery, per sempre.
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Ovviamente sono generalizzazioni. La terra di mezzo è uno status mentale, più che una situazione sociale. Non sei solo, continuiamo a combattere
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