(articolo inedito scritto nell’Aprile del 2020)
Quando ero ragazzino la mia stagione preferita era l’estate perché avevo tutta la giornata per fare la cosa che mi piaceva di più: giocare a pallone. Scendevo sotto casa, incontravo gli amici del vicinato, disegnavamo i pali sull’asfalto e ci ammazzavamo fino al tramonto inoltrato. Indossavo scarpe comprate dai cinesi, imitazioni perfette delle Nike “Total 90”; non avevano il baffo ma costavano solo 10€, un ottimo compromesso. Ognuno di noi aveva sulle spalle i nomi dei propri idoli; io un giorno ero il francese Thierry Henry, quello dopo Van Nistelrooij dello United che sfidava Nesta, Cannavaro, Ronaldo ecc. Erano tutte maglie comprate al mercato ma ne avevo anche due originali, con tanto di scudetto con velcro ricamato: sulla prima avevo il 9 bianco stampato su strisce verticali rossoblù. Erano gli anni in cui Christian Riganò segnava 28 goal nelle sue 37 presenze ed il Taranto sentiva profumo di serie B.
Ma per le partite importanti per strada, la mia divisa ufficiale era un’altra, originale e completa di calzettoni e pantaloncini. Incrociavo i lacci facendoli passare sotto le suole, stringevo, annodavo ed ero pronto: tricolore sul petto e numero 20 sulle spalle. No, non era Francesco Totti. Per strada ero io il 20 della Nazionale. Io, come tanti ragazzini della mia età, ci eravamo innamorati del Pupone nell’estate del 2000 quando quel pazzo decise di scavalcare con il famoso cucchiaio Van Deer Sar, un sarchiapone di 197 cm che tentò inutilmente di proteggere la porta olandese. Quando Baggio fece quella cosa nel 1994 ero troppo piccolo per ricordare nitidamente; quando la fece Di Biagio nel ’98 ho qualche immagine in più. Ma se chiudo gli occhi, anche a distanza di 20 anni, mi vedo davanti agli occhi quella magia dell’Ottavo Re di Roma.
Quella partita la ricordo bene. Ma ho anche reminiscenze delle delusioni del 2002 e del 2004. E nella mia memoria c’è anche il soggiorno di casa mia quando, in piedi con mio fratello e con il nodo in gola, vidi salire alla ribalta mondiale un giocatore che fino a quel momento era stato quasi anonimo: Fabio Grosso, che ha reso indimenticabile la notte del 9 luglio 2006.
Ricordo le altre delusioni: 2008, 2010, la batosta del 2012, la figuraccia del 2014 e poi… beh. Come faccio a dimenticare quel genio di Graziano Pellè? Ci vuole coraggio a tirare i rigori; e ce ne vuole ancora di più per tirarli come ha fatto lui nel 2016. E poi… no, i ricordi del mondiale 2018 chiedeteli a Ventura. La nostra vita, nel bene e nel male, è sempre stata segnata da mondiali ed europei; provate a scavare nella memoria e troverete pochissimi aneddoti delle estati in cui non c’erano competizioni sportive.
C’è la crisi, abbiamo morti ogni giorno, problemi lavorativi, disoccupazione dietro l’angolo per molti di noi e quest’estate perderemo anche la cosa più futile: indossare una casacca azzurra e fingerci eroi per qualche ora. La Nazionale ha scandito la mia vita, le mie stagioni, i miei anni, i miei ricordi. L’emergenza covid ha stravolto le nostre vite e l’estate 2020 sarà quella del buco nero perché sarà come se non fosse mai arrivata. Passerà inutile, come quella del 2019, 2017, 2015, 2013 ecc ecc. Ci rimarranno solo ferite da leccare il prossimo autunno: senza pallone, senza ricordi, senza eroi di una notte ma con la voglia di ricominciare a sognare.
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