Io Sono Sanremo

Ore 17.01, timbro il mio cartellino. Un martedì fotocopia, di un martedì fotocopia, di un martedì fotocopia uguale ad altri 365 giorni dell’anno. Tutti uguali. Entro in macchina, penso che il prossimo mese dovrò pagare l’assicurazione, accendo la radio e qualche speaker attempato mi ricorda dell’evento di stasera. Fumo una sigaretta mentre rispondo su whatsapp al messaggio di una tipa con cui ci provo, le notifiche dei gruppi le aprirò quando sarò a casa. Passo dall’Eurospin, compro 5 birre in lattina, un pacco di spinaci surgelati, delle caramelle gommose e i Corn Flakes. 

Spreco qualche ora del mio tempo, mi siedo sul divano ed accendo la TV. Sta per arrivare Amadeus e mi ci rivedo. Cerco di vendere un’immagine di me migliore di quella reale, cerco di sembrare più giovane, più brillante, al passo coi tempi e disinvolto. Ma non lo sono io e nemmeno il suo show. 

Io sono Sanremo.

Sono uno stantio ammasso di luoghi comuni, minestre riscaldate e finte nuove proposte che risultano ancora più vecchie di quelle datate. A volte mi capita di tirarmi a lucido perché è come se fossi in vetrina, tutti mi guardano ed io faccio la figura di Sabrina Salerno che resta impigliata in uno scalino con la scarpa rotta. Sono la farfallina di Belen, tutto fumo e niente arrosto. Sono l’uomo che minaccia di lanciarsi ma c’è sempre qualche Pippo Baudo che mi farà cambiare idea e dopo 5 minuti tutti si saranno dimenticati di me. The Show Must Go On, via con qualcosa di più interessante.

Il pane è dell’altro ieri e mette a dura prova la mia mandibola; qualche briciola cade sui tovaglioli tatticamente posizionati sulle mie cosce. Sono come Orietta Berti: dovrei ritirarmi in buon ordine, godermi qualche successo passato e trastullarmici in eterno. Sono come Fiorello, devo sempre essere simpatico, risultando invece stucchevole buona parte delle volte. Sono come Achille Lauro che prima di Sanremo parlava di spaccio e all’Ariston diventa l’avanguardia del costume italico. Sono fuffa, sono uno specchietto per le allodole. 

Sanremo: tutta Italia si ferma. Non conteranno più un cazzo i contagi, il governo, il Grande Fratello. Sanremo siamo noi, lo specchio della nostra mediocrità. Un’Italia che vorrebbe andare avanti ma c’ha l’amico scemo che la tiene ancorata al passato anche quando vorrebbe andare incontro al futuro. Giovani che fanno i vecchi, vecchi che fanno i giovani, sorrisi inutili e tanta banalità. Lo guardiamo tutti per sentirci meno soli, per entrare in una bolla fuori dallo spazio e dal tempo, una bolla con le sue regole che tutti seguiamo senza obiettare da anni. Qualche spiraglio, qualche barlume di brillantezza che ci fa illudere di essere migliori di quello che siamo ma non miglioriamo mai. 

Sanremo sono io perché mi rifletto nell’immagine putrida di me stesso, che vorrei cambiare e non cambio mai. Schiavo delle abitudini, della vittoria facile, dell’accontentare tutti o almeno la maggior parte di chi mi guarda. Che se qualcuno sarà scontento, è fisiologico e farà meno rumore rispetto a chi applaudirà con il sorriso a 32 denti. 

Sanremo sono io che proclamo la libertà e sono schiavo di me stesso. Sanremo sono io che metto in campo ideali con cui vado in contrapposizione. Sanremo sono io che nonostante tutto mi accetto per quello che sono. Una scialba raffigurazione dello scialbo italiano medio.

Sanremo sono io perché Sanremo è Sanremo. E quest’anno, come ogni anno, cercherò di essere migliore.

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