Era la fine degli anni ’90, ero un bambino come tanti che stringeva tra le mani l’oggetto del suo desiderio, il Game Boy, rigorosamente in bianco e nero. Avevo la cassetta rossa e il gioco era i Pokèmon, un must dell’epoca. Quest’anno si celebrano i 25 anni del brand e questo mi ha spinto a compiere una digressione temporale che mi ha condotto ad una verità assoluta. Quel pomeriggio di fine anni ’90, al cospetto del Professor Oak compii il passo che fu l’inizio della fine, l’Archè: la prima di una lunghissima serie di scelte sbagliate.
Io ho scelto il fuoco per combattere la terra; sono stato Charmander che lanciava fiamme su Geodude, colui che già dalla prima palestra ti sbatteva in faccia il resoconto della scelta errata. Da quel momento non si è capito più niente: ho iniziato a commettere errori di ogni tipo. Donne, scuola, lavoro, amicizie, passi importanti. Merito la laurea ad honorem in scienze delle scelte sbagliate.
Il mio percorso è stato costellato di tentativi e di certo non è mancato l’impegno; ho girato molte palestre, duellato con allenatori fortissimi e da alcuni di questi ho anche imparato tanti trucchi del mestiere. Ho allenato le mie paure e fatto evolvere le mie ansie. Ho riempito il pokedex degli errori. Sono riuscito a catturarli tutti. Cosa mi ha spinto a continuare l’esplorazione di nuovi mondi? La mia incapacità di imparare a non cadere negli stessi burroni probabilmente.
Ho amato chi non voleva che lo facessi, ho inseguito in senso contrario chi prendeva una strada diversa, ho perseguito sogni in cui credevo soltanto io. E talvolta, nemmeno quello. Il problema è che quando cerchi di essere lucido c’è sempre qualcosa che poi all’atto pratico ti sfugge. L’infelicità sul posto di lavoro è facilmente risolvibile: cambia, dedicati ad un’attività che ti piaccia sul serio. Ma non lo fai. Migliorarsi è facile: basta un po’ di impegno, amor proprio. Ma non lo pratichi. Evitare storie tossiche è facile: basta farsi una pippa invece di scriverle. Ma non te la fai. Oppure te la fai troppo tardi.
Ci lanciamo da un aereo, abbiamo il paracadute attaccato alla schiena ma rimandiamo sempre il momento per aprirlo e alla fine ci schiantiamo al suolo. L’imprevisto, il rischio e l’adrenalina sono il cibo per l’anima da sognatori che abbiamo nascosto in un angolo dentro di noi. Ci spaventa, ci terrorizza perché siamo pieni di quadri nel salotto e non abbiamo il coraggio di guardarli. Eppure sono lì, che bussano alla nostra porta di notte togliendoci il sonno.
Chi sarei potuto diventare?
Sento l’incedere del tempo che mi corre dietro, ha l’affanno ma l’acido lattico comincia ad attaccarsi ai muscoli, rallentando la mia corsa. Due anni fa, cinque anni fa, dieci anni fa. I miei ricordi iniziano a dilatarsi nel corso di decenni; guardo i 18enni di oggi e sono la raffigurazione di tutto ciò che vorrei per mio figlio e al tempo stesso tutto ciò che ho sempre odiato a quell’età. Non riesco a capire se una vita diversa da quella che ho vissuto mi avrebbe reso più felice. Quando è stata l’ultima volta che ho avuto la possibilità di cambiare la mia vita radicalmente e non l’ho fatto? Rimando, continuo a rimandare per paura di sbagliare. Perché i miei errori, la mia collezione di errori, contiene solo pezzi insignificanti e che non avrebbero cambiato il corso della storia. Ho commesso tantissimi errori ma i più grossi non ho avuto nemmeno il coraggio di poterli commettere perché ho lanciato la spugna senza neanche salire sul ring. Ho preferito perdere a tavolino, crogiolandomi nel dubbio del possibile sbaglio per paura di trovarmi faccia a faccia con la certezza di aver fallito.
Sono diventato un allenatore di pokemon mediocre che continua a sbagliare gli abbinamenti delle sfide: schiero Pikachu contro Onix, Squirtle contro Arcanine.
Continuo a sbagliare inesorabilmente.
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