Mi accendo una sigaretta, guardo fuori dalla finestra e sento pochi rumori. La moca che viene su, un’ambulanza a sirene spiegate e la tv accesa, sottofondo non richiesto della mia domenica. Tutto tace, tutto è piatto, tutto è immobile. Anche il telefono squilla poco e quando succede, non c’è il tuo nome sul display. Chissà come te la passi, come trascorri le giornate, come ti tieni impegnata. Come avremmo reagito alla zona rossa, arancione e gialla? Ci saremmo sentiti meno soli, anche se distanti?
Ho diversi amici che vivono una relazione a distanza in questo periodo e non è facile, mi dicono. Ma tu ci avevi visto lungo ed hai applicato il distanziamento sociale molto tempo prima. Fuori piove e l’acqua diventa un tutt’uno con le macerie dei sogni estivi. Ho talento, questo bisogna ammetterlo: sono riuscito a prendere batoste micidiali anche durante un anno passato per gran parte chiuso in casa. Meriterei un premio.
Dal letto al divano, dal divano al letto. Dal divano alla cucina, passando per il bagno per svuotare il serbatoio. Poi ancora divano, divano, letto, fine. Ci hai fatto caso a quanto siano simili le nostre vite da un anno a questa parte? Per carità, non è che fino all’anno passato la mia vita fosse tutto ‘sto carnevale di Rio, ma quella di alcuni un po’ si. O almeno, così sembrava dai profili instagram. La sensazione è che adesso siamo ai supplementari di una partita che ci sta logorando. In primavera era l’inizio del match, lanciati in campo da un giorno all’altro ad imparare le regole man mano che si giocava. Eravamo messi male ma probabilmente l’essere stati colti di sorpresa ci aveva dato quella sensazione di potercela fare. Il cervello però è come se fosse un muscolo e noi iniziamo a sentirci paralizzati dall’acido lattico. Pensavamo di esserci salvati nei minuti di recupero e invece no, extra time e si continua la partita. Più stanchi, demotivati e infelici di prima.
Si fa sempre più spazio l’idea che la salute mentale sia altrettanto importante di quella fisica e allora lì, attraversiamo un periodo di stallo generalizzato. La pandemia ha trasformato il mondo in un paese abitato da 30enni: non sappiamo cosa ci riserva il domani, vita sentimentale disastrosa e le pezze al culo dal punto di vista economico. Bello, eh? Sarà per questo che noi, forse, ci stiamo adattando meglio alla situazione globale.
Guardo un film? No, non mi va’. Leggo un libro? No, che palle. Ti scrivo? No, apro whatsapp e invio un messaggio al mio mental coach. Scrivo a lui per evitare di farlo a te. Metto un po’ di musica e sistemo un po’ questo delirio sparso in casa. Spotify, pollice che preme, vado tra le mie playlist. Cosa metto? Devo sovrastare il rumore latineggiante che proviene dai vicini. Dai, questa, riproduzione casuale. Algoritmo di merda che rompe i pezzi di un cuore già rotto.
“Aaaaah, da quando Senna non cooorre piùùù
Aaaaah, da quando Baggio non gioooca piùùùù
Da quando mi hai lasciato pure tuuuu
Non è più domenicaaaa”
Domenica, presagio della scuola da ragazzi, raffigurazione dell’apatia da adulti. Viviamo un lockdown emotivo che ci ha segato le gambe e a volte mi chiedo come ne usciremo da tutto questo. Abbiamo già avuto la prova che non diventeremo migliori e stiamo riscontrando che diventiamo sempre più infelici, demoralizzati e soli. Per qualcuno la giostra riprenderà a girare, per altri sarà come tornare alla vita vera dopo 3 anni di ibernazione. Non conosceremo il nuovo modello dell’iPhone, non ci sapremo relazionare e tu continuerai a tenermi distante.
La domenica sta finendo, per fortuna.
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