“Corri, corri, corri!”. Ma per andare dove?
Siamo la generazione del “tutto e subito”, cresciuta con l’imperativo di correre e arrivare prima degli altri; siamo la generazione fast-food, nata di pari passo con il consumismo, fratello della globalizzazione che ha sempre creato zone d’ombra nella nostra vita.
Ma se non fossimo fatti per la corsa e per arrivare primi? Anche perchè è successo raramente di vincere gare, forse proprio perchè non siamo nati per riuscirci. Fin da bambini ci hanno detto di correre, per avere un posto di lavoro migliore, per finire gli studi in tempo, per sposarci e fare figli, fine ultimo della nostra esistenza. E più sentivamo le voci che dicevano di correre, più ci sentivamo intrappolati in una palude che ci teneva bloccati perchè in fondo neanche questo mondo è fatto per gente abituata a correre. E’ tutto così lento, stagnante e putrido che le poche volte in cui abbiamo alzato il passo abbiamo ricevuto porte in faccia. Un passo avanti, due indietro: siamo la generazione gambero.
Io non ho mai voluto correre, non c’ho il fisico né la volontà; al contrario, mi piace osservare, anche quando tutto intorno vedo il panorama che gira. E’ un po’ come quando sei steso a terra ubriaco, sembra che tutto stia girando intorno a te come la Vodafone ma in realtà è solo la vodka che scuote i tuoi pensieri e le tue percezioni. E a pensarci bene la mia vita è sempre stata così: quando ho avuto voglia di correre, mi son trovato davanti ostacoli o situazioni insormontabili. Quando volevo stare fermo a riflettere, tutti mi dicevano di non perdere tempo e darmi da fare perchè il cronometro stava correndo più di me.
E allora vaffanculo, voglio correre quando lo dico io, nelle piste che dico io, per i traguardi che dico io. Non voglio correre per far contenti i miei che vogliono un nipote a tutti i costi e che me lo ripetono ogni volta che pranzo da loro con la mia ragazza di turno. Non voglio essere guardato dai miei amici con sguardi colmi di pena soltanto perchè non ho acceso un mutuo come hanno fatto loro. E non voglio neanche pensare all’orologio biologico della mia donna vogliosa di pubblicare foto su Facebook del piccolo me che cresce nel giro di 9 mesi. E in quel caso, spero vivamente che somigli alla madre, in tutto e per tutto. Chiunque essa sia.
Voglio correre quando ne ho voglia e starmene sdraiato al suolo pieno di vodka quando ne ho voglia. Mi costringete a fare il gambero? E allora voglio farlo a modo mio, retrocedendo quando lo ritengo opportuno e andando avanti quando credo che sia il caso di farlo. Sono stanco di scegliere per accontentare gli altri, per non deludere altre persone che si fingono interessate alla mia vita. Perchè io servo a voi più di quanto voi non serviate a me; vedere i miei fallimenti, i miei ritardi e i miei passi indietro, vi serve come giustifica per i vostri percorsi. Voi, anche se maledite ogni giorno il vostro matrimonio a 30 anni e la vostra casa da pagare per i prossimi 25, guardate quelli come me e vi autoconvincete di aver fatto la scelta giusta solo perchè vi sentite di avere in mano qualcosa di più concreto. Di più concreto avete solo un’infelicità diversa dalla mia, ma sono entrambe corrosive.
Non ho mai detto a nessuno che sarebbe il caso di fare un passo perché queste cose sono strettamente personali ed ognuno di noi dovrebbe farli quando lo ritiene opportuno. Io adesso voglio farmi quattro shot di vodka, stare in hangover la domenica senza avere le paranoie delle rate di muri che stringono e costringono la mia vita come una gabbia. Voglio mettere al mondo un figlio quando avrò trovato la persona giusta con cui farlo, non per paura che i problemi alla prostata vengano a bussarmi alla porta. Voglio correre, ma voglio farlo verso la mia libertà, almeno provvisoria e parziale.
E no, non serve che mi diciate “Bravo!” perchè “Bravo non vuol dire un cazzo!”.
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