La Festa Patronale è lo specchio della società.

Tra le conseguenze più gravi del covid19 sulla nostra vita ce n’è uno che ci ha sconvolto e fatto rimanere di merda in maniera particolare. Va’ bene saltare Pasquetta, va’ bene non festeggiare il compleanno ma noi aspettiamo questa settimana tutto l’anno. Questo coronavirus ci ha mandato all’aria la festa patronale. Anzi due: quella di Rocca e quella di San Giorgio. La Festa Patronale è un insieme macroscopico di universi che si concentra in pochi km quadrati.

Premessa 1: se vieni dalla città questo articolo non lo capirai. 

Premessa 2: quello che stai per leggere è tutto vero e se dici il contrario, menti innanzitutto a te stesso. 

La Festa Patronale è lo specchio della società in cui viviamo. L’apparenza vince su tutto, la prima regola è mostrarsi per ciò che non si è, esistono le classi sociali. I motivi che ci spingono ad amare questa ricorrenza sono sostanzialmente due. Il primo: è l’unica occasione in cui si vedono assembramenti superiori alle 100 persone in paese. Il secondo: le giostre.

Cresci sognando l’arrivo delle giostre e, in base alla tua età, le vivi in maniera diversa: parti con il divertimento di salirci sopra, poi perché è il luogo dove potrai vedere la tipa che ti piace, poi perchè ti ricordano le prime due fasi ed infine perchè la tua vita si è bruciata e quello è l’ultimo barlume di giovinezza che appare davanti ai tuoi occhi.

La feste patronali sono sempre state una scuola di vita perchè riescono a mischiare sacro e profano, giusto e sbagliato, bianco e nero, realtà e finzione. Da una parte la banda con le marce funebri, dall’altra a qualche isolato di distanza i favori sessuali in cambio dei gettoni per le macchine da scontro. Da un lato 35enni armati di passeggino vincono peluche per i propri pargoli, dall’altro si finge di essere giovani per sempre stando in piedi sul tagadà circondato da ragazzini che hanno la metà della tua età.

Questo yin e yang mi ha sempre destabilizzato e con il tempo è diventato il motivo principale per il quale attendo questa settimana. Se è vero che le differenze si sottolineano è pur vero che in questo grosso calderone ci finisce tutta la comunità e di conseguenza, siamo tutti al nastro di partenza. E’ il nostro background ed è comune per tutti; da adolescenti facevamo tutti le stesse cose, anche se anni dopo avremmo preso strade completamente opposte.

E’ inutile che fai l’intellettuale che ascolta indie e De Andrè se fino a ieri eri sotto cassa accanto a me con Gabry Ponte a tutto volume. Ci accomuna un passato che per molti versi è il medesimo ma col tempo ognuno lo metabolizza a modo proprio. Conosco gente che dopo 2 mesi di università a Milano, fingeva di parlare quel dialetto come se volesse convincere, prima di tutto se stesso, di essere migliore di ciò che aveva lasciato dietro di sé. Conosco chi, pur vivendo all’estero, vive malissimo questa settimana perché ha la nostalgia di casa e quando entra in un bar di Londra lancia imprecazioni dialettali che nessuno sarà mai capace di interpretare. Conosco chi è andato e chi è tornato, conosco chi è scappato senza guardarsi indietro e chi rimpiange quel treno ogni santo giorno.  Conosco chi a 16 anni bullizzava e adesso la sua vittima guadagna 5 volte il suo stipendio e tiene a libro paga il 70% dei suoi amici. Conosco tanti tipi di storie, una diversa dalle altre, ma con lo stesso filo conduttore che, volente o nolente, è immortale e non può essere cancellato. E la conferma di questo è che, passeggiando tra la bancarelle della Festa, non conta chi tu sia diventato e chi ti finga di essere: le strade e la gente sanno chi sei realmente, andando ben oltre la puzza che senti sotto al naso. 

Quando qualcuno poco perspicace legge i nostri articoli pensa che sia tutta autobiografia senza soffermarsi a riflettere sul fatto che certe idee, certi concetti, certi temi, accomunano tutti noi. Ci sono canzoni che fanno parte della mia vita ma anche della tua, che ti piaccia o no. Quando parte il remix di “Mary” dei Gemelli DiVersi abbiamo ricordi diversi ma veniamo catapultati nella stessa dimensione.

E le feste patronali hanno lo stesso effetto: rispedirci nel brodo primordiale in cui ci siamo formati. Siamo quelli etichettati per anni come paesani e anche questo ci mette di fronte a due strade che conducono alla medesima destinazione. C’è chi si vergogna di esserlo sputando nel piatto in cui ha mangiato e c’è chi di questo appellativo ne va’ fiero. Cambia l’approccio ma la sostanza resta la stessa: lo sei, che ti piaccia o meno.

Tra noccioline, punchball, techno e crazy dance, puzziamo tutti della stessa merda. Ricordatelo.

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