Un mese di Quarantena a 30 anni.

Avrei dovuto scegliere una casa più grande. Avrei dovuto coltivare le passioni che avevo da adolescente. Avrei dovuto avere più cura dei rapporti interpersonali. Il primo mese di quarantena mi ha permesso di praticare il mio sport preferito: il rimpianto.

Siamo chiusi in casa, da un mese, tutti quanti. Siamo tutti nella stessa identica situazione e nessuno di noi può farci niente. All’inizio mi era sembrato antropologicamente interessante ma poi la quarantena ha iniziato a presentare il conto sbattendomi in faccia, una volta in più, quanto sia scadente la mia vita. E questa reclusione si trasforma sempre di più in una gigantografia del mio essere, dei miei sbagli, della mia forma mentis. Ma andiamo per ordine.

Quando l’Italia è diventata zona rossa, preso atto che lo sarebbe stata per molte settimane, ho fatto una delle cose che faccio abitualmente: un elenco dei buoni propositi che poi, ciclicamente, non mantengo. Ho segnato sulle note dello smartphone tutte le cose che avrei voluto fare: chiamare persone che non sento da tanto, recuperare rapporti, fare un po’ di ginnastica, imparare a cucinare, leggeri i libri che compro e lascio a prendere polvere sullo scaffale, depennare qualcuna delle 186365272 serie tv che mi riprometto di vedere. Spoiler: è passato un mese e non ho fatto nessuna di queste cose. 

La quarantena è il lungometraggio delle mie scelte scorrette e la rappresentazione massima del mio modus vivendi: LO FACCIO DOMANI. E’ la realizzazione del buco nero della mia vita. 

C’è voluto poco per capirlo (non che avessi molti dubbi eh) e dopo le prime 2-3 giornate di iperattività, il mio carattere ha avuto la meglio. Ho fatto tante cose per tenermi impegnato ma come al solito, tutte sbagliate. Ho rimandato quelle importanti con futili palliativi: pur di non fare quella telefonata, mi sono perso a giocare a Sonic, Mario Bros, Medievil, Crazy Taxi, Street Fighter e altri 200 giochi arcade. Ho rivisto il cucchiaio di Totti del 2000, la tripla di Irving del 2016, “Fight Club” (3 volte), “Santa Maradona” (2 volte), “3 uomini e una gamba” (2 volte e alla terza mi sono addormentato) e tutti gli episodi di “Holly & Benji”. La serie tv che volevo vedere da mesi? No dai, meglio rivedere tutta la saga de “I cavalieri dello Zodiaco”. Cazzo, quant’è figo Fenix. 

Mentre tutti danno di matto per “La Casa di Carte” io mi son visto tutti i concerti di Fatboy Slim dal 98 ad oggi. Perché poi si sa, certe serie di Netflix sono adatte a quelle persone che nella loro vita ascoltano solo la top 10 di RDS. Guardi “La Casa di Carta” solo per poter mettere la storia su Instagram . Anzi, secondo me la maggior parte ha visto solo la sigla e poi ha cambiato. Giusto il tempo di pubblicare la storia. Merita una menzione speciale “Rebibbia Quarantine” di Zerocalcalcare. Una delle poche cose post-2018 che ho visto; mi è piaciuta molto. Michele, se stai leggendo e ti va di fare la cover per il disco della mia band immaginaria grunge, fammi uno squillo.

Tra i buoni propositi c’era quello di fare qualche esercizio a casa, soltanto perché ho tempo da vendere. Mi ero accordato con i miei amici: appuntamento in videochiamata alle 18. Il primo giorno “no ragazzi, mi hanno chiamato da lavoro”. Il secondo giorno “no scusate, ero in doccia”. Il terzo, non mi hanno più chiamato e io ho potuto vedere in santa pace i leggings e i top a fascia delle tipe che seguo su Instagram in preda ad uno spasmodico amore per il fitness quando fino a ieri mettevano foto uguali ma senza l’hashtag #workout. Ma vabbè.

L’unico progresso che ho fatto è stato spingere ai limiti del cosmo il mio motto “vivi e lascia vivere”. Sia chiaro: le dirette con 3 spettatori hanno rotto il cazzo. 5 selfie al giorno in pigiama mi sembrano eccessivi. Quello che avete cucinato non interessa a nessuno. Ma almeno non ho maturato astio verso questi gesti. Ho ripiegato su un altro evergreen: almeno loro qualcosa la stanno facendo.

Cosa ricorderò di questa pandemia allora? Le figure di merda. Sono riuscito a farne persino stando chiuso in casa. E la maggior parte di queste vanno ricondotte alla compulsiva ricerca di donne attuate in questo mese. Sono andato a ripescare il 90% dei miei flirt dal ’96 ad oggi. Il bilancio è stata una dozzina di pacchi di merda, 3 kg di rifiuti, 600g di “poi vediamo” e 20 ceffoni virtuali. 

Questi, me li sono dati da solo, in faccia, quando ho messo a confronto le loro vite con la mia. Mentre mando in fumo la pizza congelata pagata 0,87€ dell’eurospin, guardo il profilo di una mia ex delle medie. Sulla copertina di Facebook campeggia lei in abito bianco e la sua bacheca è una lista interminabile di condivisioni dalla pagina “Essere mamme è il lavoro migliore del mondo!”. Ha vinto lei? Chi la sta vincendo questa guerra? Lei con 2 figli ed un matrimonio in una villetta a schiera? Oppure io in un trilocale umido, adatto solo ai 3 pesci rossi con cui faccio discorsi filosofici?

Non lo so. La cosa positiva è che nessuno ha questa risposta. O forse lo sapremo alla fine della quarantena, semmai dovesse finire. Nel frattempo, continuiamo a leccarci le ferite che questa condizione ha soltanto aperto ulteriormente. Avevo una vita scadente prima, ce l’avrò anche dopo. Questa fase della vita ci mette tutti un po’ più a nudo, a contatto con le nostre debolezze. Perché il vero problema non è non poter vedere gli altri ma restare soli con se stessi; a lungo e senza vie d’uscita. 

Quando questo incubo sarà finito, usciremo di casa con “Hallelujah” in sottofondo e le nostre paure in braccio, più di prima.

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