Episodio 1: gli anni delle scuole medie sono quelli in cui si forma la nostra personalità, il nostro gusto, il nostro carattere. Sono anche gli anni in cui entri in contatto concretamente con il giudizio delle altre persone: giudicano come sei caratterialmente, fisicamente, come ti vesti, cosa fai. Io in quegli anni ero poco influenzato da questo, tranne per un aspetto: volevo a tutti i costi essere fan di un’artista figo. Il mio cantante preferito era (ed è) Elton John ma, “per qualche strano motivo”, non era ritenuto abbastanza figo dagli altri 11-12-13enni della mia scuola. Mi piacevano i Red Hot, ma erano già troppo conosciuti. E si sa: da adolescente vuoi che la musica più figa sia solo tua e che non appartenga a nessun altro.
Un giorno X, mentre guardavo Mtv, mi imbatto in un video. Era diverso da tutto il resto, soprattutto perché a cantare e suonare erano dei cartoni animati e per me fu un colpo di fulmine. Me ne andai in fissa e l’unica cosa che volevo era comprare quella canzone e soprattutto, speravo che quella band non diventasse abbastanza famosa da arrivare anche ai miei compagni di classe. Così un giorno, andai al negozio di dischi (RIP) al quale, negli anni, ho donato il 90% dei soldi della mia adolescenza, chiesi di questa band e mi diedero l’ultimo singolo. Tornato a casa, lo misi nello stereo ma non era la canzone che cercavo. Già, perché nel frattempo, avevano pubblicato un nuovo singolo e non era quello che io cercavo. Mi rifeci comprando l’intero cd qualche settimana più tardi.
Da quel momento quella band è diventata compagna di viaggio nella mia vita, da 19 anni a questa parte. Mi sono immedesimato nella malinconia dei suoi componenti, da cui ho imparato il valore e l’importanza della fantasia. Ho capito che può esistere qualcosa di talmente fantasioso da poter risultare concreto e tangibile. E’ una band che in Italia non ha mai avuto il successo che ha ottenuto all’estero e questo, nel profondo del mio narcisismo musicale, non mi dispiace. Ieri quell’album, il primo che ho deciso di acquistare coscientemente, ha compiuto 19 anni. Ed io, da circa 19 anni, non ho mai smesso di sentirmi un membro dei Gorillaz.
Episodio 2: dai 18 ai 20 circa ho fatto il dj per feste di compleanno, feste private, serate karaoke e altre cose abbastanza trash che però, non rinnego. Nell’estate del 2009 il mio obiettivo era mettere da parte i soldi necessari per comprare la strumentazione base per poter registrare le mie canzoni per conto mio. E fare serate in certi contesti, mi sembrava un buon compromesso per riuscirci. Così, tra un Pitbull ed una hit estiva del momento, ci stavo riuscendo. Non era esattamente quello che ascoltavo a casa e non era tutto di mio gusto, ma lo facevo. Ricordo però un sabato sera, al circolo sottufficiali della Marina. Erano le 21.30/22, orario in cui si iniziava a riempire timidamente la pista e, forse per una birra di troppo, decisi di uscire dal solito canovaccio pop-house che seguivo per lanciarmi in una strada che sentivo più mia, più autentica. Ricordo che in un Cdj (RIP) andava un pezzo hip hop (non ricordo quale) e qualche 18enne rampante della Taranto bene iniziava a muovere i fianchi. A quel punto, presi un altro cd e lo inserii nel secondo Cdj, preparai la traccia e filtrandola, sentivo partire “Harder, Better, Faster, Stronger” a tutto volume. Mi sentii come il pifferaio magico perché tutti i ragazzi mi seguirono e la pista diventò gremita, con un intenso su e giù dalla consolle per chiedermi di chi fosse quella canzone. Non stavo scoprendo l’acqua calda, stavo vincendo facile, lo stavo facendo con decerebrati abituati alla top 10 di Rds, ma stavo vincendo con “la mia musica”, quella che ascoltavo a casa e per la quale impazzivo.
Da quella sera capii che il vero compito del dj è trovare il compromesso tra quello che piace a te e quello che la gente vuole e che incastrare le due cose è tanto difficile quanto gratificante. Capii che fare il dj (o aspirante tale) era la cosa che in assoluto mi piaceva di più al mondo e che avrei voluto farla per il resto della mia vita, per 1 o per 1000 persone. Grazie Daft Punk.
Episodio 3: è quello che ricordo in maniera meno dettagliata, maledetta memoria a breve termine. Comunque. Ricordo che dopo intere settimane passate a parlarne con il mio migliore amico, decidemmo di dare vita a questo progetto musicale, inizialmente soltanto per fare dei dj set. Probabilmente senza l’influenza dei Gorillaz e dei Daft Punk non avrei avuto il coraggio di lanciarmi in un territorio che era completamente diverso da quello che avevo frequentato per anni interi, musicalmente parlando. Decidemmo di far uscire il meglio, ma anche il peggio, dei nostri 28 anni passati ad ascoltare (troppa) musica. L’intento era quello di creare un mega calderone che non avesse distinzioni di generi: l’unico requisito era che fosse musica figa. O almeno, che lo fosse per noi. Tante volte durante le serate abbiamo passato pezzi che forse conoscevamo solo noi; oppure canzoni talmente tamarre da far impallidire anche i nostri amici abituati ad andare in piedi sul tagadà. I Fake RayBan sono un progetto in cui mi diverto proprio perché non abbiamo regole.
Ecco, la morale di questi episodi è che ognuno di noi nella vita decide di credere in alcuni supereroi e di etichettarli come tali per i motivi più disparati. Io ho scelto questi perché mi hanno insegnato il valore della libertà, della strafottenza e della fierezza. Che di questi tempi, cari miei, non è per niente scontato. Ci vuole coraggio per mostrarsi per ciò che si è, indipendentemente dal giudizio altrui. E dovremmo imparare a farlo più spesso.
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